Massimino Iannone


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Il frantoio ('U trappitu)

La societÓ

13 gennaio 2013
Breve descrizione delle varie fasi e degli strumenti che un secolo fa erano utilizzati a Pisciotta per ricavare l'olio dalla spremitura delle olive.


IL FRANTOIO
('U TRAPP═TU)

In passato la macina era azionata da un asino.
Nella vasca
("fonta") si versavano due tomoli e mezzo di olive (pari ad un quintale circa).
Una volta che le olive erano state ridotte ad una consistenza pastosa, si riempivano i friscoli (fatti di erba sparta -
"agri" - ) che, uno sull'altro, venivano sistemati nello strettoio ("stringit¨ri"), di legno, e pressati. Il lavoro di spremitura avveniva interamente a mano: un grosso palo ("pann¨la"), inserito nell'apposito foro del fuso, veniva ruotato, facendo in tal modo abbassare il grosso pezzo di legno che sovrastava la pila dei friscoli. Ad ogni fine corsa il palo veniva ruotato in senso inverso e riportato nella posizione iniziale; un fermo impediva al legno premente di risalire. Quando la pressione non poteva pi¨ essere aumentata con la sola spinta a braccia del palo, questo veniva collegato attraverso una corda di canapa (pi¨ tardi sostituita da una in acciaio) ad una trave verticale di sorbo ("sdirru˛to"), che, fatta girare da due uomini, tirava la corda - che le si arrotolava attorno - e quindi il palo.
Questa operazione provocava la fuoriuscita dai friscoli della parte liquida delle olive (acqua e olio), che scorreva nella vasca (
"tina") sottostante, che inizialmente era in legno, successivamente in muratura. Raggiunto il massimo della pressione, i friscoli venivano rimossi, cosparsi di acqua calda - prelevata dal "caurar˛ne" - e messi nuovamente sotto lo strettoio, per una seconda spremitura.
La tina era collegata, attraverso un sifone che partiva dalla base di essa, ad una seconda vasca (
"paddŔu"): una volta che la miscela di acqua e olio aveva riempito la tina, l'acqua delle olive, pi¨ pesante dell'olio, scendeva sul fondo, fuoruscendone attraverso il sifone: in questo modo nella tina si accumulava l'olio. Esso era poi prelevato con un contenitore di latta ("cuoppo") dal massÓro, che si sistemava in una cavitÓ contigua alla vasca. L'ultima operazione consisteva nel coppiare, ossia nel recuperare con la coppa l'ultimo strato di olio che galleggiava sull'acqua.
In una giornata di stressante lavoro si riuscivano a fare quattro macine di olive.

Alla fine degli anni trenta il
trappýtu fu elettrificato: all'asino si sostituý un motore elettrico, allo strettoio in legno uno in ferro, nel quale la pila veniva sollevata e schiacciata verso l'alto da uno stantuffo, azionato idraulicamente dal motore elettrico. La pila poi non era pi¨ fatta di friscoli, ma da dischi di cocco che si alternavano a dischi di ferro. Oltre al motore elettrico, un ingegnoso proprietario pisciottano aveva sistemato nel trappeto anche un motore a scoppio, che partiva automaticamente non appena andava via la corrente - cosa frequente a quei tempi -, impedendo in tal modo che il ciclo di lavorazione si fermasse.

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