Massimino Iannone


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L'attacco dei briganti a Pisciotta nel 1809

Fatti storici

13 gennaio 2013
(documento del quale il prof. Alessandro Pinto autorizzò la pubblicazione su un periodico della Chiesa Parrocchiale di Pisciotta)


RELAZIONE DEL DOTT. FRANCESCO SAVERIO PINTO SULL'ASSEDIO DI PISCIOTTA DEL 1809
DA PARTE DEI BRIGANTI




Pisciotta, 20 agosto 1809
Al signor Sotto-Intendente del Distretto di Vibonati
Francesco Saverio Pinto Consigliere dello stesso Distretto

Mi chiedete, signor Sotto-Intendente, la storia degli avvenimenti che hanno avuto luogo durante l'assedio di questo Comune. Eccola, nel modo più preciso e distinto che possa eseguirsi.

Alli 2 corrente, verso le ore 15, mentre stavasi in una tranquillità perfetta, cominciò a sorgere una voce, che circa mille briganti aveano fatto punto di riunione in Centola, e che si disponevano già a venire in Pisciotta. Chi credette a questa voce e chi no, ma il Giudice di Pace, che dal dì innanzi ne avea avuto dei rapporti più distinti da Cammarota, e che, non saprei per quale ragione, non li avea manifestati, non poté impedirsi di confermar la notizia. Alla conferma del Giudice succedè un allarme negli animi de' cittadini, ma l'allarme restò subito sedato sotto l'unanime risoluzione di volersi ciascuno a prezzo della propria vita difendere. A quest'oggetto si tennero delle unioni; si risolse di spiccare sul momento una barca in Salerno, per chiedere munIzioni e soccorso, e si cominciarono con la stessa celerità a preparare de' materiali per ristorare il dì seguente taluni luoghi del nostro Forte, che non si credevano abbastanza muniti, per far lunga resistenza.
Non era peranche spunto il sole la mattina de' 3, quando, nell'atto di mettersi mano al travaglio, fu recata una lettera delli Capi Massa Perrone, Longo e Renna, portante la data dell'istesso dì, colla quale si intimava al Capitano Legionario, al Giudice di Pace, ed a tutti i Gentiluomini del Comune di render la Piazza senza contrasto, e di far trovare pronte per le ore 18 sopra le alture di S. Bernardino tutte le arme de' nostri Legionari, con due mila razioni complete, e tomoli cento di biada, altramente il ferro ed il fuoco deciso avrebbero della nostra sorte, e non sarebbe in Pisciotta rimasta pietra sopra pietra.
A siffatta spampanata non si stimò di dar risposta, ed intanto si diè principio alle riparazioni del Forte, ma persone di giudizio fecero avvertire che non era più tempo di pensare a queste operazioni, ma bisognava sul momento mettere in attività i Posti, ed attendere il nemico che indarno tentava di far credere che sarebbe venuto ad ora tarda e per la strada di San Bernardino, quando la sua posizione in Centola lo invitava a venire per quella di San Nicola. Così di fatto avvenne.
Non erano ancora le 13 d'Italia quando dalla parte orientale di Pisciotta e proprio dalla contrada denominata Fiore, che comunica con la strada di San Nicola, si cominciarono a sentire degli urli e delle fucilate, che furono i forieri dell'irruzione. In un attimo tutti i cittadini si trovarono sull'arme, pronti a versare tutto il loro sangue per difesa della Patria. Non può esprimersi con qual'entusiasmo e coraggio ciascuno si preparò a respingere il nemico! Chi avea famiglia si affrettò di andarla a mettere in salvo nel Palazzo Marchesale, che sta nel centro del Forte, per non avere impedimento nell'azione.
Per far idea dell'attacco, conviene avere qualche notizia della topografia del luogo. Pisciotta è un comune posto su di un picciol colle circondato da monti per tutti i lati fùorchè da quello del sud che guarda il mare. Due valloni, o siano torrenti, l'uno posto all'est, dove sono i molini, l'altro all'ovest, verso l'Ascea, lo rendono quasi inaccessibile per questi due lati.
Una spezie di valle dalla parte del Nord, che forma il Borgo e la Piazza insieme di detto Comune, rende ugualmente difficile l'ingresso per quest'altro lato. Il nostro Forte consiste in quel tratto del Paese più eminente che dalla Piazza, sita al Nord, si estende fino al Convento de' Francescani, sito al sud. Tutte le case, che sono intorno a questo sito vantaggioso, e le cui porte esteriori trovansi chiuse di soda fabbrica sin dal 1806, per ordine del Capitano Francese M.r Barbier, che intraprese di fortificar questo Comune, formano una specie di cittadella, non avente che due sole Porte, l'una alla Piazza, l'altra al Convento. Nel centro di essa è il Palazzo Marchesale che domina tutto il Comune. I posti più vantaggiosi sono quelli della Piazza, del Convento, del Palazzo Marchesale, ciascuno de' quali ha un cannone da 3. Gli altri posti, come quelli che danno adito a strade, son difesi dalle fucilerie.
Ciascun Posto era nella sua attività, quando fra le fucilate e gli urli, si avvicinò il nemico dalla parte di Fiore, che guarda il Convento. Il suo gran numero, il coraggio che dimostrò nella prima entrata, il gran foco, e gli urli che fece, commossero sulle prime gli animi degli Assediati. Ma tre colpi di cannone o quattro, tirati dal Posto del Convento, bastarono a mettere in disordine quella ciurmaglia, che non conosceva ubbidienza, nè militar disciplina. In un momento i Briganti indietreggiarono ed occuparono le falde dei monti posti all'est di Pisciotta. Le fucilate che si tirarono dall'una parte e dall'altra furono infinite, e non rari furono i colpi di cannone, quando il bisogno li rese necessari. Taluni de' più coraggiosi tra loro, al numero di circa 60, tentarono di introdursi per la strada de' molini, per venirci ad attaccare anche nel posto della Piazza, ma respinti con egual prontezza con due colpi o tre di cannone, tirati dall'istesso posto, si sbaragliarono anch'essi, ed altri presero le alture de' monti posti al nord di Pisciotta, altri si gittarono nel Vallone, per introdursi segretamente nelle case del Borgo. L'azzardo de' primi ne chiamò degli altri in guisa che in un momento tutto il Borgo e tutte le falde de' monti superiori si videro ingombrate da' Briganti. Non si può esprimere con la penna qual sorta di fuoco si cominciò allora a fare e dalla parte de' Briganti e da quella de' nostri Posti. Basta dire che tutto quel giorno, senza interrompimento, si stiede sempre in azione. I Briganti non ebbero altro vantaggio in questa giornata che quello dì aver ferito leggermente nell'ala sinistra uno de' nostri più bravi, nominato il sig. Nunzio Errico, il quale benché centolese di origine, veniva, siccome vien considerato, per la lunga permanenza fatta in Pisciotta, qual nostro concittadino. Ma noi riportavamo de' vantaggi considerevolissimi sopra di loro, avendo ammazzati molti di essi, specialmente dal Posto della Piazza, e moltissimi ancora avendone feriti.

Così si passò quel primo giorno, e così ancora una porzione della notte che sopravvenne. Sino alle ore dieci si stiede sempre col fucile in mano nè alcuno poté lusingarsi di un momento di riposo. Dopo quell'ora, applicati i Briganti a dare il sacco a tutte le case del Borgo, delle quali eransi già resi padroni, cominciarono a rallentare il fuoco. Tiravano non di meno di tanto in tanto delle fucilate, e ben sovente, quasi per darci la burla, si davano fra loro la voce nella maniera stessa che i nostri posti aveano voluto fare prima della loro entrata. Segno manifesto che prima di esser qui venuti, delle spie notturne erano penetrate fra noi ed osservato aveano tutti i nostri movimenti. Noi però, senza dar luogo al sonno, taciti osservavamo il nostro nemico.

Il dì seguente, che fu il 4 del mese, il 2° dell'assedio, un'ora almeno avanti giorno, il nemico fece muovere la sua cavalleria per spaventarci. Consisteva questa in alquanti cavalli, molti muli, moltissimi somari, che dal momento dell'entrata de' Briganti erano rimasti accampati nella contrada di Fiore. Il lor disegno era di fare un giro per la cresta de' monti, fuori del tiro di cannone, e di venire ad invadere il nostro Forte per la parte che guarda il Posto della Piazza, da essi creduto il più debole. Gran numero dì Briganti erasi infatti coacervato nel giardino de' signori Trani al Borgo per questa intrapresa, e tra essi, li più coraggiosi, eransi anche sotto il detto Posto molto avanzati, per essere i primi a montare sui rampari. Ma la vigilanza di Gio: Antonio Martuscello, che regolava il cannone di questo Posto, e che malgrado le tenebre ancora dense della notte, avea tutto osservato, ruppe in un attimo tutti i loro intrighi. Drizzò egli sul momento il cannone sopra quella ciurma di assassini, e con un colpo di mitraglia li sbaragliò. Sei o sette almeno ne restarono sul suolo, e moltissimi furono feriti. Egual sorte ebbero gli altri tre, che si erano inoltrati sotto il posto, essendo quasi nel punto istesso caduti sotto i nostri fucili. Non vi fu che un solo de' nostri, nominato Gennaro Tambasco, il quale, manovrando il cannone del Palazzo Marchesale, restò morto di palla nemica. Grande fu il fuoco che da' Briganti si fece in questo giorno, più moderato quello che si fece da' nostri Posti ma il vantaggio fu sempre con noi. Dopo esser perita una quantità di Briganti, anche uno dei primi Capi Massa, che distaccato dalla Cavalleria, tutto borioso, verso le ore ventuno, scendeva a cavallo in Pisciotta, restò disteso sotto i nostri colpi. Troppo avventurosa sarebbe stata per noi questa giornata, se il fuoco appiccato da quei scellerati ai nostri Casini di Campagna, alle nostre case del Borgo, ai nostri Magazzini alla Marina, non l'avesse avvelenata. In un momento si videro sorger delle nuvole di fumo e di fuoco da' Casini miei, del sig. Francia, del sig. Martuscelli, che sono a vista del Comune. Delle simili nuvole si videro sorgere dalle case al Borgo dei signori Trani, Tipaldi, Francia, mie, del Giudice di Pace, di Sannelli, di Mandina, e di molti altri. E lo stesso si vide accadere in diversi magazzini alla Marina, e nel mio specialmente ch'era il più vasto e il migliore. Le tenebre dense, onde il sole restò sotto questo gran fumo ingombrato, ci tennero per parecchie ore oziosi, e così terminò questo secondo giorno.

La notte che succedette fu notte veramente dì orrore. Le fiamme che durante il giorno erano state quasi sotto il fumo sepolte, al tramontar del sole cominciarono a farsi più chiare e presentarono agli occhi una scena troppo lagrimevole. "
Ubique luctus, ubique pavor, et plurima noctis immago". Non vi era angolo del nostro Borgo, ed in tutto quel tratto di Paese, che sta sopra la Fontana, dove non si vedesse risplendere il fuoco. Nè qui finiva l'orrore di quel tristissimo spettacolo. Il puzzo stomachevole che tramandavano le fiamme, dove i Briganti avean cura di far consumare i loro compagni ammazzati, il romor continuo, e spaventevole, che si eccitava sotto il crollamento delle mura e de' lastrachi bruciati, le grida de' Briganti, le lor fucilate in mezzo all'incendio, erano altrettanti oggetti da muovere a pianto i sassi. In tal guisa si menò questa notte, notte terribile veramente e memoranda per noi.

Il dì seguente che fu il 5 del mese e il 3° dell'Assedio, anche di buon'ora si cominciarono gli attacchi e con impeto non minore dei giorni antecedenti. Si fece fuoco con pari ostinazione dall'una parte e dall'altra sino al mezzodì, ma poi tratto tratto una gran quantità di Briganti si segregò dal numero dei combattenti, e si portò alla Marina.
Quali danni, quali devastazioni, quali incendi fossero stati ivi da questi snaturati uomini commessi, non è facil cosa descrivere. Basta dire che tutti quei magazzini, che il dì innanzi non furono tocchi, furono in questo consegnati alle fiamme, e che tutto ciò che non si potè trasportare servì di alimento all'incendio. Da circa cantaja cinquanta di sale del R. Fondaco che in uno di detti magazzini stavan riposti furono involati; furono involati da circa cantaja trenta di alici salate; fu involato quanto vi era di ferro lavorato, e di ordegni ed utensili di barche. Anche le reti da pesca furon messe in pezzi, per torne quel piombo che vi stava attaccato e del quale da quel momento per mancanza di palle, cominciarono a far uso contro di noi. Lo stesso si praticò nelle case e casini bruciati, donde fu tolto ciò che potea trasportarsi e finanche i cerchi di ferro dei tini da vendemmia, e le serrature delle porte. Terminò questo giorno con una bizzarra sortita che fece dal nostro Forte un legionario chiamato Gaetano Greco con quattro compagni. Avendo costui dal posto della Piazza osservato che dietro le case del Signor Francia al Borgo eravi un Brigante ferito, che non era stato per anche dai suoi compagni messo in salvo, disegnò di andarlo a prendere a costo della propria vita, ma giunto colà e non avendolo potuto trasportare, l'ammazzò sul luogo e troncogli anche una mano che portò seco.
Disse al ritorno che al linguaggio eragli sembrato quel Brigante un calabrese.

La notte che sopravvenne cominciò molto quieta, ma verso le ore tre sì vide appiccato il fuoco in diversi punti e specialmente nella casa di un tale Antonio Mautone, sita poco più in là delle case de' Sigg. Percopo che sono quasi attaccate al nostro Forte. Questo avvenimento inaspettato allarmò tutto il comune, parendo già che il fuoco andasse ad apprendersi allo stesso nostro Forte. Tutti i posti si posero in attività e quello specialmente intermedio nelle case del signor Francia che sovrastano a quelle dei signori Percopo. Un diluvio di fucilate furono da noi tirate, ma non minor fuoco fu fatto contro di noi da' Briganti. Durò l'azione quasi sino alle ore sei, ma poi, minorate le fiamme, minorarono anche i colpi di fucile. Il resto della notte si passò a sentir lo strepito, gli urli e le minacce dì quei Briganti, fra' quali ve ne fu uno di genio singolare, che in mezzo ai rumori si divertiva al suon di chitarra a cantar delle canzoni.

Il dì 6 del mese che fu il 4° dell'assedio la scena si apri con un Parlamentario, che dal Campo i Briganti mandarono a noi. All'apparire di questo uomo per la strada de' Molini, con una carta attaccata alla punta di un bastone, taluni de' nostri supponendolo Brigante, furono d'avviso di doversi ammazzare, senza curar di sapere cosa chiedesse. Altri più moderati opinarono che il diritto delle genti non permettevano cosiffatti attentati, neppure in una guerra di questa natura, e che perciò conveniva riceverlo, ed ascoltar le sue proposizioni. Il costoro sentimento prevalse, e quindi con gli occhi bendati fu introdotto nel Forte, e guidato nel Posto della Piazza. Era questi un nostro concittadino, nominato Giuseppe Tambasco di professione vaticale, che incappato sventuratamente nelle mani di quegli assassini, fu spogliato de' suoi somari, e dopo essere stato due giorni fra loro arrestato, fu costretto a fare quella funzione.
La carta che portava attaccata al bastone era una lettera che veniva scritta dai capi massa Freda, Renna ed altri e conteneva una intimazione di rendere il Forte, colla minaccia che qualora non si fosse ubbidito la loro maggior forza ci avrebbe spiantato. Egli però, il Tambasco parlamentario, con sincerità ci disse che tutto il numero dei Briganti ch'esisteva in quel momento nel Campo di Fiore non giungeva che a circa 60 in 70 con altrettanti tra cavalli, muli ed asini, ciascun de' quali Briganti querelava di aver perduto, chi il padre, chi il fratello, chi l'amico: che tra loro stessi eranvene molti feriti, che non potevano più fare verun'azione: che dell'altra quantità, presso che innumerabile ne' dì precedenti, di Briganti che tenevano ingombrato il Borgo e le falde de' monti superiori non esistevano che circa altri cento, o poco più, essendosi gli altri, chi per una strada, chi per un'altra, tutti allontanati. La corsa era com'egli perappunto la narrava, giacché noi stessi osservavamo dal Forte, che la moltitudine di Briganti era sparita. Quindi senza dar risposta alla loro lettera, ciascun di noi si ritirò al suo posto, per attendere al proprio dovere. I Briganti che non videro tornare nè il messaggio nè la risposta, dopo qualche ora finsero di ripigliare i soliti attacchi, ma il loro oggetto fu di tenerci a bada, per poter ciascuno invaligiare la roba che aveva rubata e mandarla a salvare in qualche luogo. Non può dirsi quanta gente, uomini e donne, concorsi da convicini paesi era a questa funzione impiegata. Ve ne erano di Rodio, S. Mauro, di S. Nazario, di Cuccaro, di Castinatelli, Futani, Eremiti, Massicelle, Centola, Foria e S. Nicola.
Dicesi che la maggior parte del ferro, involato dai nostri vinacciari, trappeti e magazzini di mare, fu trasportato negli Eremiti e Massicelle. La Cavalleria non più cavalleria ma diventata già vettura da soma, oh quante diversioni dovè fare per questi difficili colli, ed inerpicosi, per sottrarsi alle palle dei nostri cannoni, e menar via le nostre spoglie. Con simili spettacoli, e con l'incendio, e spoglio totale del resto della nostra Marina, e di tutte le altre case al Borgo, fu chiusa quest'altra giornata.

La notte seguente si passò quasi tutta in convinci e parole ingiuriose che i Briganti ad alta voce dicevano ai nostri Legionari, i nostri Legionari ai Briganti. Non è da credere a quale eccesso gli uni proruppero contro gli altri, gli altri contro gli uni, ed il più bello si era che i Briganti, facendo dei rinfacciamenti ad alcuni dei nostri pretesi Patrioti, li chiamavano anche a nome. Chi ebbe comodo dì ascoltare quei non molto grati dialoghi, non potè non sospirare in veggendo, che la più parte di quei Briganti presi aveano le arme per vendicare i torti che credevano aver ricevuto. Pudet audita referre. Molti di quei rinfacciamenti andavano a cadere sopra taluni soggetti, che preposti dal Governo a mantenere il buon ordine, aveano con l'abuso della loro autorità promossa quella generale sollevazione. Ma di ciò non occorre parlare.

Il di 7 del mese, ultimo dell'assedio, il numero dei Briganti si trovò molto minorato, e le azioni che si fecero non furono notabili. Verso le 12 d'Italia de' pochi che restavano una porzione si era inoltrata sopra le alture di S. Bernardino, menando seco il resto delle nostre spoglie e l'altra preso aveva la strada di S. Nicola. Due colpi di cannone che dal Posto della Piazza furono sopra di loro con molta maestria tirati, furono l'ultimo saluto, che ricevettero da noi. A proporzione che questi ultimi assassini si allontanarono da noi, cominciarono a sbucare dalle macchie tutti que' nostri contadini, che trovatisi fuori al cominciar dell'assedio, eransi sepolti vivi per non esser trucidati. All'apparir di costoro, che più di larve che di uomini aveano sembiante, furono subito spalancate le nostre Porte ed eglino stessi avendoci trovati desiderosi di acque, corsero precipitosamente a prenderne per spegnere la nostra sete. Tutta la gente assediata si affrettò allora di uscire, per vedere se potea recuperare cosa in mezzo a tante rovine, ma non trovò altro che Briganti mezzo bruciati in vari luoghi, e degli altri ancora interi, che i loro compagni non avevano avuto tempo di consegnare alle fiamme. Fu trovato anche quel Brigante, cui la sera innanzi il Legionario Gaetano Greco troncato avea la mano, e fu trovato anche un paesano ammazzato, nominato Pasquale Tambasco. Verso le ore venti o circa, si vide comparir la colonna francese, comandata dal Tenente Colonnello Mr. Du Trieux, il quale giunto nella nostra Piazza, ed osservando le nostre rovine, non potè frenare le lacrime.

Tale è la storia, sig. Sotto-intendente, del famoso assedio di quattro giorni portato a noi da' Briganti. Non occorre che vi dica in dettaglio, quali e quanti danni si sono da questa cittadinanza, durante tale assedio, sofferti avendone voi già concepito qualche idea dal volume dei certificati che vi sono rimessi. Basta dirvi che molti dei nostri cittadini sono rimasti interamente spiantati, parecchi son rimasti ben decimati, quasi tutti hanno ricevuto del danno notabile. In quest'anno non potrà farsi la vendemmia perché cento strettoi almeno sono stati incendiati, non potranno macinarsi le ulive perché otto trappeti almeno sono stati interamente distrutti. In una parola chi vede questo Comune, ridotto un mucchio di pietre, e le sue campagne quasi interamente devastate, non può far di manco di dire,
Haec facies Trojae, cum caperetur, erat.
Non occorre neppure che vi dica quali travagli ed angustie si sono sofferti da questi infelici abitatori durante l'assedio, per mancanza non solo di viveri e di acqua, ma anche di munizione. Come questo travaglio venne quasi all'improvviso e fuori dell'aspettativa di ognuno, non vi fu chi avesse pensato a far delle provviste di vettovaglie e di acqua o dato avesse delle altre disposizioni per evitare la sete, la fame. Poche delle case dei Gentiluomini aveano della farina, e pochissimi qualche tomolo di grano lavorato in pane. Per sovvenire alla gente povera che non avea nè l'uno nè l'altra si ricorse all'espediente di cuocere grano, granone, fagioli, e di somministrarne a ciascuno una razione. La sete fu spenta con delle acque, oh quanto cattive! che casualmente trovavansi in talune maltenute cisterne. Per non far mancare le palle, dopo essersi liquefatto il piombo delle vetrate, si pose mano ad un Organo nuovo, che interamente fu convertito in quest'uso.
Dovrei piuttosto dire qualcosa di coloro che in questa azione si sono maggiormente distinti in difesa della Patria. Ma donde comincerò se tutti con egual zelo, chierici e laici, gentili e plebei, legionari e pagani si sono in questa seria occasione prestati? Il Giudice di Pace ha adempito compiutamente alle parti di prima Autorità locale, e si è battuto anche col fucile, per non mancare ai doveri di onesto cittadino. I sigg. Lauro, Francia, Mandina, Saulle, i Fratelli miei, i Fratelli del Giudice di Pace, Casaburi, i Trani, Pietro Fedullo e tanti altri, hanno fatto dei miracoli per giovare alla pubblica causa. Io stesso che non sono mai stato uomo di arme e che carico di sette figli piccoli e di un'assai timida moglie, avrei dovuto intanarmi per essere fuori dell'azione, ho affrontato i primi pericoli col fucile alla mano, e sono nella pretenzione di aver ammazzato qualche Brigante. Il sig. Silvestro Saulle timido uomo naturalmente, e neppur troppo amico dell'arme, non sapendosi armare del mio coraggio, e volendo anch'egli dimostrare il suo gran zelo, propose il premio d'un ducato per ciascuno a quei Legionari che ammazzato avessero un Brigante. Il sacerdote D. Giuseppe Valiante, unico Patriota del Comune di Rodio, non potendo continuare a battersi coi Briganti, per essergli sotto il diciottesimo colpo crepato il fucile sul volto, mezzo cieco, e grondante ancor sangue, lavorò in una notte sole palle cinquecento di piombo. Il sig. Nunzio Errigo, dopo aver ricevuto una palla sotto l'ala sinistra, fasciato ricomparve sui ramponi per dar coraggio ai suoi compagni. In una parola tutti, anche le nostre Donne, hanno dimostrato dello zelo, del coraggio, dell'entusiasmo, animando i figli, i fratelli, i mariti a difendere la pubblica causa. Ma quegli che ha superato sè stesso e che si è reso maggiore di ogni altro, è stato Patron Gio: Antonio Martuscello nostro Patriota veterano. Se io avessi cento lingue e cento bocche, non potrei raccogliere i meriti di quest'uomo, e lodarlo abbastanza, per dimostrare al Governo che alla di lui vigilanza e valore Pisciotta è debitrice della sua esistenza. Spiacemi solo che nel comune naufragio egli ha perduto quasi tutte le sue sostanze, avendo perduto quasi ducati 1200 di ordegni di mare.
Una circostanza mi resta a far notare, ed è che se l'assedio portato dai Briganti a questo Comune ha prodotto de' gran danni per un verso, ha prodotto per un altro de' gran beni, avendo fatto conoscere ad ognuno quali profonde radici gittato avea in questo Circondario la malefica pianta del Brigantaggio. I Briganti armati che ci han fatto la guerra non erano, a parer mio e della gente riflessiva, che circa cinque in seicento, ma meno di altri cinque in seicento ve ne erano disarmati, tra uomini e donne venuti da tutti i Comuni del Circondario, per aver parte del nostro spoglio. Davanti tutti li quattro giorni di assedio ciascun comune si faceva un dovere di mandare de' viveri al campo de' Briganti. Se voi aveste veduto, come ho veduto io con i miei occhi, le vacche, le pecore, la quantità di pane e di vino, che tutte le mattine, e dalla parte di Rodio, S. Mauro, e S. Nazario, e dalla parte di S. Nicola, Centola, ed altri luoghi periodicamente si portavano al Campo dei Briganti, sareste rimasto estatico per la meraviglia. Avreste detto che neppure un Sovrano de' più potenti e temuti nel mondo avrebbe potuto mantenere un campo in tanta opulenza.
Molti dei nostri contadini assicurano che mentre stavano eglino intanati nelle macchie, intesero pronunziar queste parole ad una donna, che venuta carica di pane, appena ne poteva Sopportare il peso: "Sparate, compagni, non avvilite, non pensate a ritirarvi, se non avete ammazzati i Giacobini di Pisciotta; noi ci venderemmo l'onore per non farvi mancare li viveri". Or donde può nascere siffatta maniera di pensare, se non da un traviamento inveterato e convertito già in natura? Se il Governo non comprende questa verità e dopo averla ben compresa non dà gli ordini per la estirpazione di nove almeno degli tredici infami Comuni, onde questo infamissimo Circondario è composto, non è possibile che in questi luoghi rigermogliar possa la tranquillità e la pace. I lenitivi si sono inutilmente sinora adoperati. Non resta che ricorrere agli sradicativi.
Un cittadino d'un Comune bruciato che nell'incendio ha sacrificato la maggior parte, e migliore delle sue sostanze, non può parlare diversamente nè pensare.
Ho l'onore di farvi riverenza.
F. S. P.


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