Massimino Iannone


Vai ai contenuti

Vertenza Pappacoda-Comune

Fatti storici

13 gennaio 2013
Qui di seguito è lo stralcio di un articolo, che pubblicherò a breve, relativo ad una interessante, lunga disputa tra l'ultima feudataria di Pisciotta, Giovanna Pappacoda, ed il Comune, a proposito di crediti fiscali rivendicati dalla principessa. Il Comune alla fine sarà condannato a pagare, con danni incredibili per le sue finanze.




VERTENZA TRA LA PRINCIPESSA GIOVANNA PAPPACODA ED IL COMUNE DI PISCIOTTA


Con l'occupazione del Regno di Napoli, il 14 gennaio 1806, da parte di Giuseppe Bonaparte (che avviò il "Decennio francese"), si assiste ad una rapida trasformazione dell'organizzazione del Regno e ad una modernizzazione delle strutture istituzionali.

L'atto sicuramente più importante fu l'emanazione della legge n. 130 del 2 agosto 1806 che pose fine, dopo moltissimi secoli, alla feudalità, eliminando una serie assurda di privilegi, per nascita o per ceto, ed assicurando una maggiore certezza del diritto.
L'ultimo feudatario del Marchesato di Pisciotta e del Principato di Centola fu una donna, Giovanna Pappacoda, unica figlia di don Giuseppe Pappacoda che, andata sposa a Giovan Carlo Doria, Principe di Angri, visse quasi sempre a Napoli. Essere rimasta lontana dalle sue terre e dagli abitanti del feudo non l'aiutò forse a costruire buoni rapporti e farsi benvolere dai suoi vassalli.

La faccenda di cui voglio occuparmi è una vertenza che Giovanna Pappacoda ebbe col Comune (allora "università") di Pisciotta per degli arretrati di natura fiscale che da esso rivendicava: la questione, sorta qualche anno prima che la feudalità venisse abolita, si sarebbe conclusa solamente molti decenni dopo.
A dir la verità, c'erano già stati in precedenza dispute simili tra la principessa e l'università. E' del 14 luglio 1790 un atto del notaio Giuseppe d'Agostino, col quale don Giuseppe Giovan Battista Trani, a nome dell'università di Pisciotta, di cui era capo eletto,
deputato ad lites e procuratore generale, in virtù di pubblico parlamento, formalmente protestava contro l'imposizione da parte del Tribunale della Regia Udienza di Salerno di pagare alla principessa ducati 319, grana 89 e cavalli 11 per funzioni fiscali. Ciononostante, egli provvide attraverso l'esattore Orazio Marsicano a pagare tale somma, non rinunciando però ad alcuna azione contro la principessa, alla quale domandava la restituzione delle somme che essa da gran tempo riscuoteva per tassazioni indebite, oltre che dei 125 ducati di imposizione catastale che non aveva ancora pagato e di altri 100 ducati circa di tasse annuali sui pesi.
Ma veniamo alla questione più importante.
Il 27 febbraio 1804 la Principessa Giovanna Pappacoda ricorre alla Regia Camera della Sommaria rivendicando dall'università di Pisciotta, più volte sollecitata, il pagamento di sei anni di arretrati fiscali, dal maggio 1797 al maggio 1803, che ammontano a ducati 1852,14, al netto delle tasse (decime e pesi catastali) che deve al Comune.
Il 17 giugno si tiene un parlamento, convocato per decidere sulla domanda avanzata dalla Principessa d'Angri d'essere soddisfatta di ciò che alla stessa deve l'università per causa di Credito Fiscalario. Eccone un ampio stralcio:
"Oggi che sono li diciassette di Giugno, milleottocentoquattro, nella Pubblica Piazza di questa Terra, luogo solito a tenersi i Pubblici Parlamenti emanati per tre giorni i banni per i soliti luoghi poco aperti di questa Terra di Pisciotta, radunati i cittadini in numero opportuno, in p,nza de' sottos.ti Eletti, e Luocotenente, e sono D. Scipione Mandina Eletto - D. Francesco Saverio Pinto - Leonardo Francia Luocotenente - Berardino Cappuccio … (seguono i nomi di trenta cittadini), et multi alii cives.
Si propone a voi Sig.ri cittadini, come essendosi umiliata supplica a S.E. la Principessa d'Angri, per ottenere qualche abilitazione (dilazione, N.d.A.) circa al pagamento del suo credito Fiscalario, e nel tempo stesso qualche ragionevole rilascio (sconto, N.d.A.) in compenso delle pretenzioni di questa Uni.tà, la medesima si è negata all'una, ed all'altra domanda, dicendo di voler essere sodisfatta di tutto, e prontamente, questa riposta hà prodotto una disperazione grandissima in questa Uni.tà, avendo ciascuno riflettuto essere impossibile di poter pagare tutto, e in un tempo solo attesa loro miseria che opprime tutta la popolazione, ma siccome la risposta di S.E. è urgente, e precisa, bisogna perciò vedere cosa debba risolversi, onde dica ciascuno il sentimento liberamente.
Essendosi posto l'affare in deliberazione, vi sono stati vari sentimenti. Taluni volevano che si fusse litigato colla Sig.ra Principessa, specialmente per le pretenzioni che l'Uni.tà ha contro di lei. Altri, che si fosse continuato a pregare, essendo le preghiere il miglior mezzo, e più efficace per placar gli animi de' Grandi. Ma la gente più sana, e specialmente il ceto de' Galantuomini a opinato che si mandasse persona apposta in Napoli per trattare colla Sig.ra Principessa, e Sig.r Principe di quest'affare, e per concluderlo nel miglior modo possibile, e senza il minimo disgusto di detti Sig.ri. Ed essendo quest'ultimo sentimento prevalente ad ogn'altro, si è nominata perciò la persona di D. Domenico Antonio del Giudice per andare in Napoli a trattare col Sig.r Principe, e Sig.ra Principessa dell'affare sud.o, sotto la correzione, e consiglio di D. Gennaro Vetere e D. Benedetto Mandina, dandogli tutta la facoltà corrispondente all'oggetto sud.o, senza la menoma limitazione …".
La trattativa non va evidentemente a buon fine se la Regia Camera, esaminata la documentazione della ricorrente, ordina che siano chiamati a pagare gli amministratori degli anni interessati e, in caso di rifiuto, etiam per capturam pignorum et personarum.
Due settimane dopo l'Agente Generale della principessa, Francesco Pisacani, rivolge istanza alla Corte Marchesale di Pisciotta, domandando l'esecuzione della sentenza ed il pagamento anche delle spese, dei danni e degli interessi.
La Corte chiede al Cancelliere del Comune, notaio Giuseppe D'Agostino, di individuare gli amministratori debitori. Arriva dopo pochi giorni la risposta: da maggio 1797 fino a tutto maggio 1798 l'amministratore era stato d. Gaetano Martusciello; da maggio 1798 a maggio 1799 erano stati Ignazio Greco e Pietro Angelo Montuoro; da maggio 1799 a maggio 1800 d. Scipione Vetere e d. Leonardo Francia e poi d. Carlo Casaburi e d. Carlo Lancellotto; da maggio 1800 a maggio 1801 Giovan Crisostimo Percopo e Angelo Antonio Renna; da maggio 1801 a maggio 1802 d. Giulio di Lauro ed Aniello Martusciello; da maggio 1802 a maggio 1803 d. Domenico Antonio del Giudice e d. Carlo Saulle. A tutti (per il defunto d. Carlo Casaburi agli eredi) viene notificato il decreto del Supremo Tribunale.
Inizia a questo punto un rincorrersi infinito di accuse e difese tra l'una e l'altra parte, per il tramite delle istituzioni giudiziarie ed amministrative.
……………………………………………………………
……………………………………………………………
La Gran Corte, il 21 luglio 1830, visti tutti gli atti precedenti e la relazione di Stendardo, dopo una lunghissima dissertazione storica ed amministrativa sulle varie tassazioni e l'applicazione che ne fu fatta, separa dal giudizio eventuali crediti che il comune vanta per bonatenenza, tabacco, strada, ecc. e decide che il debito del Comune è di ducati 2130,51, come calcolato da Stendardo. Copia della decisione è notificata al sindaco di Pisciotta Casimiro Pagano il 5 ottobre 1830.
……………………………………………………………
prof. Massimino Iannone

BIBLIOGRAFIA
Archivio di Stato di Salerno (Atti Demaniali e Protocolli Notarili)
Archivio di Stato di Napoli (Archivio privato Doria d'Angri)
Atti del Decurionato di Pisciotta (1819 - 1847)

Home Page | Emigrazione | Fatti storici | La società | I monumenti | Le famiglie | Le immagini | Su Pisciotta hanno scritto | Contatti | Mappa del sito


Torna ai contenuti | Torna al menu